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L'outsourcing diventa globale

Paolo Conti
Il Sole-24 Ore, July, 14, 2005

Le previsioni indicano che un terzo delle grandi aziende europee ricorrera ai servizi offshore entro la fine dell'anno

Entro il 2015 gli Stati Uniti perderanno piu di tre milioni di posti di lavoro a vantaggio di Paesi emergenti, come la Cina, l'India e l'Est europeo. Una previsione che in America suona come una profezia nefasta, ma alla quale Governo e imprenditori stanno cominciando ad adeguarsi. Forrester Research, l'analista statunitense che proprio su previsioni come queste ha costruito la propria fortuna, ha riassunto cosi un trend che sta ormai diventando un fenomeno globale: I'outsourcing offshore, ovvero l'attitudine delle imprese a cercare al di fuori dei confini nazionali le risorse informatiche e intellettuali per gestire i propri processi informatici.

Il fenomeno. Negli Stati Uniti questa forma di affidamento tecnologico a distanza ha assunto ormai proporzioni macroscopiche. Quasi il 50% delle grandi imprese d'Oltreoceano si basano ormai su fornitori esteri per gestire alcuni processi informatici. Molte societa di telecomunicazioni, aziende manifatturiere e della grande distribuzione, perfino qualche banca. In Europa la situazione e diversa. Su un totale di quasi 30 miliardi di euro spesi dalle aziende europee in outsourcing offshore, gran parte (circa il 70%) riguardano aziende britanniche, che per ragioni di lingua e di vicinanza culturale vedono nell'India un partner affidabile per questo genere di collaborazioni. Il resto del Vecchio continente e molto piu cauto. La Francia, per esempio, conta per un misero 9% sul totale. Per non parlare dell'Italia, dove questa forma di outsourcing e vista ancora con molto sospetto. Il motivo? Secondo Alexander Egorov, amministratore delegato della Reksoft di San Pietroburgo, uno dei piu importanti outsourcer russi che operano sul mercato internazionale, "gli imprenditori italiani, come anche quelli di altri Paesi europei, sono culturalmente portati all'autosufficienza. Ecco perche non vedono ancora di buon occhio questa forma di collaborazione. Sono convinto comunque che questa situazione sia destinata a cambiare". Un parere confortato da alcune stime internazionali, secondo le quali il 30% delle grandi aziende europee ricorrera ai servizi offshore entro la fine del 2005.

Il trend. L'outsourcing, quindi, cresce. Cambia, si dilata, modifica i propri confini e al tempo stesso smarrisce molte delle sue connotazioni iradizionali. Un processo al quale Forrester ha dato un nome: Global delivery model. Si tratta di questo: negli ultimi anni le grandi imprese hanno creato con i fornitori di servizi stranieri contatti unilaterali, principalmente in Cina e in India. Relazioni in genere molto complesse che richiedono una media di 18 mesi di trattative prima di entrare nella fase operativa e che comportano quasi sempre costi indiretti molto maggiori del previsto. Oggi, spiega Forrester, stiamo entrando in una nuova fase. Il mercato dell'outsourcing internazionale e piu maturo e consente alle aziende di cercare i servizi di cui hanno bisogno in diversi luoghi e presso diversi fornitori, magari facendosi aiutare da grandi societa di servizi internazionali come Cap Gemini e Accenture. A questo si aggiunge l'arrivo di nuovi protagonisti nell'arena dell'outsourcing intemazionale, come la Russia e altri Paesi dell'ex blocco sovietico. Il risultato e un mercato che diventa meno diretto (il che e probabilmente un bene), ma anche meno facile da controllare (il che e certamente un male). Domani potra infatti capitare che un'azienda si rivolga a un consulente per trovare l'outsourcing di cui ha bisogno. Il consulente cerchera quindi sul mercato internazionale l'outsourcer piu adatto, magari facendosi aiutare da un intermediario specializzato. Un approccio fortemente indiretto, simile a quello che si e consolidato negli anni nel mercato dell'hardware e del software.

La scelta. Ma a cosa e dovuta tutta questa passione per l'outsourcing intemazionale? Secondo George Colony, numero uno di Forrester Research, la caccia ai partner stranieri.ha molto a che fare con un trend globale che lui chiama innovation network. "Gli imprenditori che insistono nel fare tutto in casa, non importa quanto siano in gamba, non hanno futuro - spiega Colony -. Prendete Steve Jobs: e un innovatore eccezionale, ma nonostante questo e riuscito a ritagliarsi una fetta molto piccola del mercato dei personal computer. Altri, come Michael Dell, hanno saputo concentrarsi su una componente specifica di questo network economico, ovvero l'integrazione, e hanno sfondato". L'idea di Forrester e questa. Nell'economia di oggi (e ancora di piu nei prossimi anni) le aziende devono decidere se essere innovatori, trasformatori, finanziatori o broker. Quattro lavori diversi, che non devono necessariamente essere svolti sempre dagli stessi soggetti. Qualche esempio? Colony cita la Procter & Gamble, che ogni tanto compra prodotti innovativi dai propri concorrenti e il porta al succes so tramite il proprio canale com-merciale. E anche la Microsoft, che ha saputo rinunciare ad alcune importanti fette di mercato puntando tutto su accordi strategici di lunga durata, come quello con Intel.

  Il Sole-24 Ore
Secondo Alexander Egorov, amministratore delegato della Reksoft di San Pietroburgo, uno dei piu importanti outsourcer russi che operano sul mercato internazionale, "gli imprenditori italiani, come anche quelli di altri Paesi europei, sono culturalmente portati all'autosufficienza..."



 
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